mercoledì 12 luglio 2017

Stalking e riforma del diritto penale, il parere di D.i.Re Donne in rete

Una decina di giorni fa, il Governo Gentiloni ha incassato una dura contestazione da parte del movimento delle donne sulla riforma del diritto penale che riguarda anche il reato di stalking. 

A dare fuoco alle polveri sono state  Loredana Taddei, responsabile nazionale delle Politiche di Genere della Cgil, Liliana Ocmin, responsabile del Coordinamento nazionale donne della Cisl e Alessandra Menelao, responsabile nazionale dei Centri ascolto della Uil che hanno  firmato un comunicato stampa congiunto di denuncia della  pericolosa sottovalutazione del reato di stalking perchè nella riforma del diritto penale è stato inserito l’articolo 162 ter che prevede la possibilità di estinguere i reati procedibili a querela di parte (e per i quali si può rimettere la querela) con l’offerta  un risarcimento alla vittima. La somma pattuita potrà essere pagata anche a  rate e sarà  il giudice a decidere se il risarcimento sarà congruo perché la vittima non avrà diritto di parola e non potrà scegliere se accettare o rifiutare “la riparazione”.  Il problema è che nel 162 ter potranno rientrare anche le denunce per stalking a querela di parte che il legislatore reputa “lievi“. 

Dopo le proteste, Andrea Orlando, il ministro alla Giustizia, è intervenuto per dire che si sarebbe posto rimedio rendendo il reato di stalking, procedibile d'ufficio. e questo ha suscitato le preoccupazioni dell'associazione nazionale D.i.Re che è intervenuta mettendo a fuoco qual'è in sostanza il nodo del problema: "La  cosiddetta Riforma Orlando. ha introdotto nel nostro ordinamento uno strumento di giustizia riparativa. Per alcuni reati sarà possibile che l’indagato risarcisca o ripari il danno cagionato, con conseguente estinzione del reato. Questo meccanismo risulterebbe applicabile anche ai casi di stalking apparentemente meno gravi (procedibili a querela, gli stessi per cui si può richiedere l’ammonimento da parte del Questore). L’ipotesi ventilata di estendere la procedibilità per questi reati (nel caso dello stalking è graduata, dalla procedibilità a querela a quella d’ufficio, in base alla gravità delle condotte) a nostro parere non coglie il vero nodo del problema. Il nodo  non è la procedibilità del reato di stalking, quanto l’assenza nel nostro ordinamento di una norma che – in ossequio al disposto dell’art. 48 della Convenzione di Istanbul – vieti il ricorso a metodi alternativi di risoluzione dei conflitti tra cui la mediazione e la conciliazione nei casi di violenza di genere. Una semplice clausola di esclusione risolverebbe alla radice il problema".

La  Convenzione di Istanbul, infatti, prevede all’art. 45 che “i reati stabiliti conformemente alla presente Convenzione siano puniti con sanzioni efficaci, proporzionate e dissuasive” mentre la direttiva vittime, la  2012/29/EU,   impone ( articoli 12 e 22) una  particolare cautela nei casi di giustizia riparativa nelle  ipotesi di violenza di genere. Quando esiste un alto rischio di vittimizzazione secondaria come le intimidazioni e le ritorsioni si deve proteggere adeguatamente la vittima rispettandone la volontà.

 D.i.Re ha espresso anche preoccupazione per la proposta del ministro della Giustizia, Andrea  Orlando,  di rendere il reato di stalking procedibile d'ufficio ricordando che:" Il dibattito che ha preceduto e seguito la previsione normativa dello stalking si è concentrato sulla scelta di ritenerlo procedibile a querela della persona offesa e sulla possibilità di rimessione della stessa. Questo derivava dall’esigenza che è sempre  al primo posto nei Centri antiviolenza di  lasciare libere le donne di valutare se denunciare o no senza  considerare lo stalking un reato che coinvolge interessi strettamente individuali, né sottovalutare il pubblico interesse a reprimere condotte tanto lesive di beni e valori fondamentali valorizzando al massimo la libertà delle donne".  Insomma la toppa potrebbe essere peggio del buco.

L'auspicio è che si esca dal problema mantenendo coerenza tra le leggi italiane, la Convenzione di Istanbul e le normative europee in materia di violenza contro le donne e che  lo Stato non modifichi la riforma per rendere procedibile d’ufficio il reato di atti persecutori ma  escluda dalla applicabilità dell’art.162 ter c.p. il reato di atti persecutori e in ogni caso escluda ogni forma alternativa o riparativa nei processi che vedono le donne vittime della violenza da parte degli uomini, come sancito dalla Convenzione di Istanbul.

@nadiesdaa

giovedì 6 luglio 2017

Lo stupro non è una bambinata


"Come lo vogliamo chiamare, definire? Bambinata". Michele Palummo, il sindaco di Pimonte  ha commentato con queste parole lo stupro avvenuto nel 2016 nella sua città. Lo ha fatto rilasciando balbettanti dichiarazioni al microfono di un basito Roberto D'Antonio, giornalista del programma L'Aria che Tira (La 7), che lo ha incalzato domandandogli "Bambinata uno stupro di gruppo"?
Il commento del primo cittadino della piccola comunità di seimila abitanti, in provincia di Napoli,  ha suscitato la rabbia e l'indignazione di molte donne e attiviste femministe. Grazie ai social sono partite diverse iniziative per protestare contro affermazioni gravi che banalizzano una violenza gravissima in modo intollerabile e che offendono la giovanissima vittima di uno stupro di gruppo, i suoi familiari e anche  tutte le donne vittime di violenza. Alla email del sindaco di Pimonte sono arrivate numerosissime proteste con la richiesta di chiedere scusa e di dimettersi, Nel pomeriggio Palummo ha corretto il tiro: "Intendo prima di ogni altra cosa porgere le mie più sentite scuse alla nostra giovane concittadina, alla sua famiglia e all’intera cittadinanza per aver utilizzato, durante l’intervista a La 7, un’espressione infelice, assolutamente impropria e che non era affatto riferita a quanto le è purtroppo capitato".
I fatti risalgono ad un anno fa, quando una ragazza di 15 anni subì violenza di gruppo da parte di undici ragazzi, tutti, all'epoca dei fatti, minorenni. Dopo qualche mese, gli stupratori sono tornati in libertà e la ragazza e i suoi familiari hanno deciso di lasciare Pimonte e si sono trasferiti in Germania per cercare di ritrovare serenità. Una storia purtroppo già vista. Non è raro che le donne vittime di stupro lascino la città dove vivono e lavorano a causa di uno stupro. Lo fanno per evitare di incontrare i loro stupratori una volta usciti di prigione oppure per proteggersi dall'ostilità della comunità che solidarizza con gli stupratori perché   "lei ha rovinato dei bravi ragazzi", "perché lei ci stava"o "se l'è cercata". 
Così dopo la la violenza le donne devono fronteggiare talvolta l'ostracismo della gente come  fossero colpevoli e a violenza si aggiunge violenza. E' la cultura dello stupro che ri-vittimizza le donne, che le colpevolizza per aver parlato e denunciato invece di tacere. Gli abitanti di Pimonte omertosi e insofferenti per le domande del giornalista de La 7, ci hanno fatto capire dalla parte di chi stavano, ovvero dalla parte del branco.
Il garante per l’Infanzia della Campania, Cesare Romano ha detto che  a Pimonte “non si è fatto abbastanza per assicurare protezione alla giovane: i continui schemi e l’esclusione sociale che la ragazza ha dovuto subire hanno aggravato il suo disagio psicologico al punto che la famiglia ha deciso di abbandonare il paese di Pimonte e trasferirsi nuovamente in Germania dove, forse, la minore e la sua famiglia potranno riacquistare la tranquillità di cui ha bisogno”. 
No, lo stupro non è una bambinata nemmeno quando è commesso da minorenni e quando accade che gli stupratori abbiano meno di 18 anni,  il mondo degli adulti dovrebbe interrogarsi e capire dove sono le responsabilità della comunità, della società e della famiglia dove piccoli stupratori crescono.


Bambinata stupro

@nadiesdaa

sabato 17 giugno 2017

Violenza contro le donne: D.i.Re mette a disposizione delle donne una nuova APP



Una App completamente gratuita per fornire informazioni e indicazioni immediate alle donne che vogliano contattare il  Centro antiviolenza più vicino scaricabile per Android (clicca qui)  e per Apple (clicca qui). Il progetto è stato realizzato dall'associazione nazionale D.i.Re Donne in Rete contro la violenza grazie alla  collaborazione con  Eau Thermale Avène che due anni fa ha lanciato la campagna La bellezza di essere sensibili #ConLeDonneXLeDonne per sensibilizzare sul problema della violenza maschile contro le donne.

Titti Carrano - presidente D.i.Re Donne in Rete contro la violenza

 La nuova App. D.i.Re è completamente gratuita e facilmente scaricabile sugli smartphone: è stata pensata per cercare e trovare con pochi clic il Centro Antiviolenza più vicino. In Italia sono  80 le associazioni della rete D.i.Re distribuite su tutto il territorio nazionale che gestiscono centri antiviolenza e molte di queste anche case rifugio dove accolgono donne con o senza figli che subiscono violenza.   “Due anni fa abbiamo iniziato insieme a D.i.Re un percorso di sensibilizzazione #ConLeDonneXLeDonne con l’obiettivo di creare una maggiore consapevolezza sulla violenza maschile, che assume ogni giorno di più una connotazione drammatica. Abbiamo ottenuto un notevole consenso e abbiamo compreso che ancora molto si può e si deve fare. Ecco perché abbiamo ritenuto opportuno rinnovare il nostro impegno sostenendo D.i.Re nella realizzazione di questa APP: uno strumento semplice da utilizzare ed estremamente efficace, che dia un aiuto rapido a chi finalmente trova il coraggio di porre fine a una situazione spesso insostenibile” commenta Maria Tilde Reposi, Direttore Generale di Pierre Fabre Italia. Titti Carrano, Presidente di D.i.Re - Donne in Rete contro la violenza ha spiegato che la collaborazione con Eau Thermale Avène: " per noi è davvero preziosa: abbiamo realizzato una App per smartphone, perché vogliamo dare a tutte le donne che subiscono violenza la possibilità di trovare il Centro Antiviolenza più vicino con un semplice click, attraverso un sistema di geolocalizzazione e con una mappa interattiva. Il nostro obiettivo è presentare uno strumento davvero prezioso per le donne che vivono situazioni di violenza e spesso non sanno a chi rivolgersi e come agire. Tutte le donne potranno registrarsi in maniera sicura e accedere all'area riservata dove sarà possibile salvare il Centro Antiviolenza più vicino e annotare in un'agenda tutti gli episodi di violenza subiti così da rendere più semplice l'eventuale ricostruzione degli eventi nel caso la donna scelga liberamente di denunciare. Inoltre sarà disponibile per tutte le donne un questionario e test di conoscenza tematica con navigazione dinamica che permetta di riconoscere la violenza, le situazioni di rischio e quindi la necessità di rivolgersi ad un Centro Antiviolenza. Grazie alla donazione ricevuta da Eau Thermale Avène la visibilità della nostra Associazione si è molto rafforzata sia per quanto riguarda i social network che il sito web  (il sito web www.direcontrolaviolenza.it ha avuto nel 2016 un incremento di visualizzazioni del 95,6%, offrendo a tutte le donne informazioni utili e supporto)  anche per questo motivo è ancor più importante il sostegno concreto di un’azienda come Pierre Fabre Italia con il marchio Eau Thermale Avène”.   

domenica 21 maggio 2017

Femminicidio e stalking: la concezione dell'amore secondo il Mattino di Padova


Un'altra donna uccisa da un uomo, un'altra narrazione tossica che normalizza la  violenza contro le donne  e la racconta come conseguenza dell'innamoramento, dell'amore, del raptus, della passione.
Questa volta il pessimo esempio di giornalismo ci viene offerto sul web, da il Mattino di Padova online, diretto da Paolo Possamai che ha pubblicato l'articolo Natasha,  lotta disperata contro il suo molestatore, firmato da  Carlo Bellotto (con la collaborazione di Giusy Andreoli). Siamo davanti all'ennesima  operazione di normalizzazione ed estetizzazione della violenza  maschile contro le donne,  molto efficace nel nascondere  ciò che alimenta il femminicidio: il bisogno di potere e di controllo sulle donne, i loro corpi e la loro sessualità. La donna assassinata, si chiamava Natasha Bettiolo, aveva 46 anni, era madre di due figli avuti in giovanissima età e  lavorava come cuoca alle mensa di una scuola elementare. L'assassino Luigi Sibilio, è ricoverato al policlinico di Padova,  dopo aver assassinato Natasha appena uscita dal lavoro, ha tentato il suicidio. Nonostante da anni si parli di femminicidio e ci siano analisi approfondite del fenomeno, il Mattino di Padova narra i fatti con disarmante superficialità anche se è in buona compagnia: altri quotidiani di Padova sciorinano le parole raptus, delitto passionale e titolano che l'assassino aveva "perso la testa".
Carlo Bellotto su il Mattino di Padova infila però una perla dietro l'altra: ha la squisita sensibilità di definire la vittima, "la bella cuoca", riferisce che gli inquirenti stanno indagando se Natasha Bettiolo avesse ricevuto telefonate e messaggi, allude nel titolo a molestie e pressioni che la donna potrebbe aver subito prima di essere uccisa, eppure non fa alcun riferimento allo stalking.
E ancora descrive l'aggressione come una  "sorpresa", spiega che l'origine della violenza sia stata "una sbandata"  e  conclude che l'assassino "si era invaghito  talmente di quella donna tanto da ammazzarla per un suo rifiuto ad una relazione". Ecco la concezione dell'amore secondo il Mattino di Padova e Carlo Bellotto: se ami molto, ammazzi.
Naturalmente non poteva mancare la patologia diagnosticata solamente dagli iscritti all'ordine dei giornalisti , "il raptus" anche se nello stesso identico articolo, il giornalista a cui difetta la logica, spiega che gli inquirenti stanno valutando l'ipotesi di  premeditazione del delitto.
L'articolo 17 della Convenzione di Istabul responsabilizza  (ancora inutilmente pare) i Mass Media e attribuisce loro un ruolo per attuare un  cambiamento culturale anche adottando linee guida ed è anche per questo che l'ordine dei giornalisti il 30  dicembre scorso ha fatto proprie, finalmente dopo 5 lunghi anni,  le Linee Guida della Federazione Internazionale dei Giornalisti che richiama i giornalisti all'uso di un linguaggio corretto, cioè rispettoso della persona, scevro da pregiudizi e stereotipi, ad una informazione precisa e utile alla comprensione delle vicende e della loro dimensione sociale: adottando nei casi di femminicidio anche il punto di vista delle vittime (anziché centrarlo sulla personalità dell'omicida) e salvaguardando la loro privacy; fornendo dati e pareri di esperti utili a collocare gli atti di violenza nel loro contesto storico e culturale, contro la convinzione che "la violenza sulle donne sia una tragedia inesplicabile e irrisolvibile"
Che altro dire?
@nadiesdaa

martedì 16 maggio 2017

Posto occupato: in ricordo di Laura e Letizia, uccise insieme il 13 aprile scorso

E' trascorso poco più di un mese dal duplice  femminicidio di Laura Pezzella e Letizia Primiterra avvenuto il 13 aprile scorso ad Ortona. Sono state uccise da Francesco Marfisi che non accettava la separazione dalla moglie Letizia e che ha voluto accanirsi anche contro Laura, la migliore amica della moglie. Nella mente misogina e maschilista di quest'uomo violento, c'era una lista di donne da uccidere, responsabili di essersi messe contro di lui. Prima di essere fermato e arrestato dai carabinieri, ha ucciso la moglie Letizia che aveva osato separarsi eppoi Laura. 
Ora i genitori di Laura devono affrontare  il dolore per la perdita della figlia e anche prendersi cura dei nipoti, due bambini di 5 e 7 anni che hanno assistito all'uccisione della madre. Colpiti duramente e in tenera età,  da un trauma profondo che dovrà essere elaborato per anni. Laura ha pagato con la vita la sua amicizia con Letizia, il senso civico, il senso di responsabilità di chi non vuole girarsi dall'altra parte e restare in disparte o indifferente. Il 14 maggio avrebbe compiuto 33 anni.  I genitori  hanno voluto ricordarla e anche ricordare il suo esempio e  il suo coraggio, organizzando insieme al Centro antiviolenza di Ortona, Donn-é  l'iniziativa "Per non dimenticare. Posto Occupato, allestendo con manifesti le vetrine del Corso  rivolgendo  un messaggio  alla città e a tutte le donne:  "Un posto occupato in ricordo di Laura che oggi avrebbe compiuto 33 anni, e di tutte le donne vittime di violenza che devono avere giustizia e verità. Non si chiama raptus, non è conflitto, non esiste la provocazione. Si chiama Femminicidio e a ciò non può esserci alcuna giustificazione".  
In attesa del processo, che dovrà chiarire  perché Francesco Marfisi non è stato fermato dopo la denuncia che Letizia aveva fatto ai carabinieri e il coinvolgimento di un servizio territoriale  per donne vittime di violenza, resta il dolore da elaborare per l'ennesima cronaca di una morte annunciata sulla quale è doveroso non far calare il silenzio e non lasciare i familiari di Letizia e di Laura da soli.





mercoledì 10 maggio 2017

L'Huffington post, l'infanticidio, la blogger e l'importanza delle parole

Il 7 maggio nel cortile condominiale di una palazzina di Trieste è stata trovata, adagiata su un cumulo di macerie, una neonata avvolta in un sacchetto di plastica. La bambina è stata soccorsa da alcune donne delle pulizie che passavano per caso sul vialetto ma purtroppo è morta all'ospedale pediatrico Burlo Garofalo. Si è scoperto in pochissimo tempo che la donna che l'ha partorita è una ragazza di 16 anni. Dopo il parto, ha messo la neonata nel sacchetto e l'ha calata con una corda dalla finestra, giù, fino al cortile. Non sappiamo se, mossa dall'oscurità dell'inconscio, questa giovanissima donna volesse sbarazzarsi della figlia come fosse uno scarto,  oppure volesse affidare la bambina ad una sorta di sacchetto-placenta  legata ad una corda-ombelicale per  lasciarla alla sorte. Ora sulle responsabilità penali indagherà la Procura di Trieste ma la notizia è deflagrata in cronaca perché l'uccisione di un neonato o di una neonata da parte della madre, è un evento che turba e ferisce l'opinione pubblica mettendo in discussione il principio che nessuno come una madre, ama e protegge  il proprio figlio. Non è un principio sempre valido. Non è sempre così, nemmeno per le madri che curano e proteggono i loro figli dopo averli partoriti.   Di questa tragica  vicenda che porta a galla questioni complesse e delicate, ha scritto senza garbo, malamente, visceralmente Deborah Dirani sull'Huffington Post con un titolo  La Festa della mamma di un'assassina suscitando per i contenuti, molte proteste e attacchi sul web. La blogger  ha gettato benzina sul fuoco ed ha  malamente difeso le sue tesi con una foto imbarazzante ed un commento aggressivo e ingiurioso nei confronti di chi la contestava, definendo i commenti critici al pari di ragadi anali delle quali non si sarebbe curata (per poi fare qualche modifica al post).


La psicoterapeuta Costanza Jesurum,  con la delicatezza che la contraddistingue, ha lasciato sulla sua bacheca Fb un breve commento, una piccola bussola per orientarsi in quel mare magnum sempre in perenne agitazione che è il web. Scrivendo dell'indicibile ombra del materno, ha commentato: "La donna, che uccide il suo bambino nato, compie un suicidio per interposto corpo. L'infanticidio è un nodo che deve essere parlato, toccato, raccontato sui giornali, soltanto da chi può, da chi non si brucia e non brucia. Ed io vedo che ancora molte persone non pronte, giornalisti, si assumono un onere divulgativo che non possono sostenere. Non hanno la maturità esistenziale, nè quella professionale per assolvere il compito. Certa scrittura, certi temi non sono per tutti". Eppoi ha scritto Riflessioni intorno all'infanticidio, che vi invito a leggere


Anche  la Rete Non Una di Meno si è mobilitata contro quello che la blogger Lola, sul suo post Giudice, Giuria e boia, ha definito un concentrato di "cattiveria puro, come raramente si è visto" e che è di fatto lo sfogo rancoroso, un'invettiva dai toni forcaioli. In una lettera pubblicata sul suo sito, NUDM chiede alla direttora dell'Huffington Post, Lucia Annunziata, di prendere le distanze dal post di Dirani.
Se è lecito esprimere dolore  e anche indignazione davanti alla distruttività e alla inaspettata irruzione dell'obnubilamento della ragione, non è lecito o degno di una testata nazionale pubblicare uno sfogo furioso, augurare alla ragazza di essere perseguitata a vita dalla Festa della mamma (dettaglio poi tolto) e far intendere che nemmeno le bestie si comportano così. Tantomeno è lecito cucire una  lettera scarlatta addosso alla madre di questa sedicenne ("la Festa della madre di una assassina") facendo dell'orrendo titolo il degno coronamento di un pessimo esempio di giornalismo. Un professionista, ma anche chi cura dei blog, è tenuto a fare una corretta informazione e deve  raccontare i fatti con una narrazione libera da qualunque stereotipo o pregiudizio; se ha competenze dovrebbe dare una chiave di lettura ,perché i fatti che turbano la collettività hanno bisogno di essere elaborati. Se non ha competenze è meglio che taccia o tenga ferme le dita perché di sfogatoi e linciaggi sul web ne abbiamo già abbastanza. E ancora,  chi scrive non dovrebbe dimenticare mai che è di persone in carne ed ossa che si sta occupando, non delle proprie paure e dei propri fantasmi che, se inseguiti sull'onda della propria visceralità, conducono lontano da quell'esercizio di coscienza che dovrebbe guidare chi si mette in gioco per fare informazione. Deborah Dirani scrive, nella presentazione del suo blog "Donna prima, giornalista poi": a volte sarebbe meglio essere innanzitutto un o una  brava professionista che non dimentica l'etica e scrive con competenza.
A volte, cara Deborah, è  meglio essere prima una  giornalista e poi tutto il resto.
Nadia Somma (twitter @nadiesdaa)

lunedì 8 maggio 2017

Molestie ad Amici: ventimila firme contro il programma della De Filippi

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La petizione Basta alle molestie sessuali in televisione #IoNonRido, contro "lo scherzo" delle molestie sessuali (di cui abbiamo scritto il 26 aprile scorso nel post "Che bello ridere delle molestie sessuali)   alla cantante Emma Marrone,  trasmesso il 24 aprile scorso durante una puntata di Amici, ha raccolto più di ventimila firme ed ora, Cristiana de Lia,  la sua promotrice, ha inviato una lettera a Pietro Grasso, presidente del Senato, Laura Boldrini, presidente della Camera, Maria Elena Boschi, sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio con delega per le Pari opportunità ed anche ad  alcuni deputati "affinchè  sia rispettato l'articolo 17 della Convenzione di Istanbul e le  istituzioni si adoperino per definire dei criteri di programmazione e delle politiche etiche alle quali tutti i media debbano attenersi per porre fine ad una tale cultura di violenza; i media siano incoraggiati a trattare temi relativi all'educazione sessuale ed a diventare promotori di una cultura egualitaria e  vi siano dei provvedimenti atti a prevenire e punire ogni forma di violenza di genere sui media, nell’ottica e nel rispetto della dignità umana". 
L'irrisione di una molestia sessuale avvenuta sul canale Mediaset, ha normalizzato  la violenza contro le donne ed è stata  anche ripresa  da alcune testate europee (ne scrive Renato Paone sull'Huffington Post) come l'Indipendent, il Sun, alcune pagine Facebook  ed è finita persino sul canale Al Jazeera tra lo stigma di cattivo gusto e le critiche all'arretratezza della cultura italiana. L'indagine Istat del 2008 rilevò che 10 milioni 485 mila donne  pari al 51,8 per cento della popolazione femminile, avevano subito nell’arco della loro vita ricatti sessuali sul lavoro o molestie in senso lato eppure questo fenomeno è ancora largamente sommerso e scarsamente denunciato proprio perché le donne temono di non essere credute e soprattutto perché è un reato che le stesse istituzioni tendono a sottovalutare o a disconoscere, interpretandolo, troppe volte, proprio come scherzo o goffo tentativo di corteggiamento. La valutazione che viene fatta nelle aule dei Tribunali non tiene tanto in considerazione la percezione della donna ma piuttosto la misurazione della gravità della molestia che, a seconda del relativissimo metro del giudice, può essere significativa o del tutto assente ma soprattutto viene ancora presa in considerazione l'intenzione di causare un danno alla vittima da parte del molestatore o addirittura se le mani si sono allungate con lo scopo di ottenere gratificazione sessuale oppure no.  E' facilissimo quindi, che molte denunce si risolvano con una assoluzione o una archiviazione.  A  tal proposito c'è uno sconfortante esempio della sentenza del Tribunale di Palermo, che nel febbraio dello scorso anno,  ha assolto un uomo denunciato da due colleghe perché, "pur essendo riprovevole il suo comportamento" non c’era stata “la soddisfazione dell’impulso sessuale”. Il Giudice lo definì immaturo e dichiarò che aveva agito...per "scherzo".
Di tutto questo Maria De Filippi si cura ben poco tantoché  intervistata da Domenico Naso, sul Fatto quotidiano, nei giorni in cui la polemica e l'indignazione infiammavano il web,  ha liquidato tutta la vicenda con qualche battuta : "Se alcune persone pensano che questo scherzo sia una molestia sessuale, allora significa che il mondo si è capovolto: nessuna persona dotata di razionalità potrebbe pensare una cosa del genere".
Si pensa una "cosa del genere" quando, appunto, si pensa
(Di seguito, la lettera a Laura Boldrini)


Illustrissima Onorevole Boldrini,
Mi chiamo Cristiana e sono un’ attivista per i diritti delle donne. Recentemente ho lanciato la campagna #IoNonRido con la seguente petizione, al fine di portare all’attenzione del pubblico e delle istituzioni la problematica relativa alla violenza di genere sul servizio televisivo. Questa campagna ha raccolto oltre 20,000 adesioni in seguito al recente episodio di “Amici”, uno dei programmi più amati dai giovani italiani, dove era stata inscenata una molestia sessuale ai danni della cantante Emma Marrone. L’episodio ha generato non solo l’indignazione degli utenti del web in Italia ma anche lo scalpore di molti giornali esteri.  Poco più di un mese fa, la trasmissione “Parliamone Sabato” su Rai 1 era stata anch’essa esposta a forti critiche a seguito della messa onda di un vademecum sui motivi per i quali gli uomini italiani avrebbero dovuto scegliere le ragazze dell’Est.  In qualità di Presidente della Camera e in funzione del Suo impegno per i diritti delle donne e delle Sue recenti dichiarazioni sull’importanza dell’educazione di genere, sulle responsabilità delle istituzioni, del mondo dell’informazione dello spettacolo e della televisione per combattere fenomeni quali il femminicidio, Le chiedo di prendere in considerazione il mio appello affinché vengano introdotte delle misure istituzionali per fermare una tale cultura di violenza. Pur apprezzando i recenti sforzi della politica per arginare un fenomeno che nel nostro paese colpisce quasi una donna su tre, credo fermamente che vi sia bisogno di un radicale cambiamento culturale attraverso l’educazione alla nonviolenza. Mi appello a Lei perché soprattutto i giovani e le giovani crescano in un mondo in cui sappiano che la violenza non è mai uno “scherzo” e, affinché le vittime stesse non ripetano il mio stesso errore di infanzia di credere che gli abusi siano qualcosa di normale a cui doversi rassegnare.  La Convenzione di Istanbul, in vigore dal primo agosto 2014 in Italia, all’articolo 17, sancisce con chiarezza il ruolo dirimente che i mezzi di comunicazione hanno per contrastare gli stereotipi, la violenza sulle donne e la disparità. Inoltre, quale mezzo di informazione, educazione ed intrattenimento, credo fermamente che il servizio radiotelevisivo, pubblico e privato, debba farsi espressione di tutte le istanze presenti nella società, e promotore di una cultura di rispetto dei generi e delle diversità.  Con questa campagna Le chiedo di prendere in considerazione la mia richiesta affinché:
Le istituzioni si adoperino per definire dei criteri di programmazione e delle politiche etiche alle quali tutti i media debbano attenersi per porre fine ad una tale cultura di violenza;
Che i media siano incoraggiati a trattare temi relativi all’educazione sessuale ed a diventare promotori di una cultura egualitaria;
Che vi siano dei provvedimenti atti a prevenire e punire ogni forma di violenza di genere sui media, nell’ottica e nel rispetto della dignità.
Mi rivolgo a Lei nella speranza che possa pubblicamente aderire alla nostra campagna e contribuire ad innescare un dibattito sulla violenza di genere nei canali di comunicazione, all’interno del Parlamento.
A nome di tutte le donne e gli uomini che hanno aderito al mio appello, colgo l’occasione per ringraziarLa, sicura che prenderà in considerazione questa mia e nostra richiesta.
Cordiali Saluti, Cristiana De Lia