venerdì 28 giugno 2013

Risposta sbagliata, sig. Premier. Le diamo un'altra opportunità

Leggiamo oggi, sul Corriere e altrove, che il premier Letta abbia così risposto alle perplessità sulle (sue esclusive) scelte di smembrare il Ministero lasciato vacante dalle dimissioni di Josefa Idem, e in poche ore redistribuirne le deleghe: «sulle Pari opportunità io non faccio alcun passo indietro». Eppure, non sono voci isolate, quelle che hanno espresso allarme. E capiamo non voglia rispondere ai social network. Sono voci autorevoli che si sono rivolte a lui - e addirittura, in via preventiva, attraverso una lettera ufficiale sottoscritta da oltre 50 associazioni, e un'altra specificamente indirizzatagli da Se non ora quando.
Ma il premier non dà cenno di averla ricevuta.
Risponde invece - e indirettamente, che lui sa il fatto suo. Come se un chirurgo richiamato da un ingegnere ne liquidasse piccato le obiezioni come un banale elemento di disturbo, facendo sapere a terzi che lui i calcoli da ingegnere li sa fare benissimo.
E di ciò il premier fornisce le proprie ragioni, beninteso, a partire dal nome da lui scelto con paterna premura verso gli interessi delle donne. Le sue ragioni, appunto; secondo il metodo unilaterale e impositivo della politica maschile che ci affligge da sempre.

Ci perdoni l’insistenza, sig. Premier. 
Premesso che non è un nome l’oggetto del contendere.
Ma vede… noi ci troviamo nella posizione di chi sta scomoda negli spifferi di una casa fatiscente da sempre; la posizione di chi  - nell’eventuale crollo di quella casa a cui lei ha messo le mani in modo unilaterale – resterebbe travolto. 
Perché chi resta da sempre travolto dall’assenza di una politica seria per le pari opportunità siamo noi, infatti: le donne, eterna minorità nell’umanità – e con noi quei soggetti non inclini alle omologazioni di genere, le cosiddette “minoranze” ufficiali che (come le donne) devono lottare per essere rispettate.
Sulle Pari opportunità restiamo del parere che lei un passo all'indietro l'ha fatto eccome, forse due. Forse senza volerlo. Il perché, le forze migliori che in questo paese si occupano da sempre di questi argomenti sono disposte a spiegarglielo. Un passo indietro, questa volta richiesto, potrebbe farlo adesso e, almeno su ciò che più le riguarda, provare ad ascoltare le donne. Non è un dispetto, sa? La prenda come un'altra opportunità


Come ha fatto, nel breve intenso inizio del suo mandato, la ministra ora dimessa, inaugurando un metodo che non dimenticheremo facilmente, e che reclamiamo venga adottato anche per il futuro.
Insomma, signor premier Enrico Letta: la risposta è bagliata. Una risposta giusta - giusta per principio! avrebbe potuto essere: e voi, cosa suggerite?

Nel frattempo, le donne rumoreggiano: come scrive la Rete per la Parità, lo spacchettamento delle deleghe della ministra dimissionaria Josefa Idem non può essere una soluzione definitiva. Su fb, chiamano a raccolta sul tema delle pari opportunità un evento per i prossimi 3 mesi, e un gruppo di discussione. Sui giornali - da Barbara Stefanelli sul Corriere a Stefanella Campana, su La Stampa, a Luisa Betti su Il Manifesto, a Viviana Pizzi su Infiltrato a Pia Locatelli su Il Fatto...
Ed è stata anche aperta una petizione.

martedì 25 giugno 2013

Le dimissioni della ministra non sono una ragione per smembrare il Ministero delle Pari Opportunità

Femminicidio, violenza e discriminazioni non si combattono a parole, ma tramite le azioni e istituzioni serie. E' gravissimo che, nel giro di poche ore dalle dimissioni della ministra Josefa Idem, il premier abbia serenamente annunciato che le sue deleghe "saranno ridistribuite. Scrivono dunque al Premier le oltre 50 associazioni aderenti all'Accordo di Azione Comune:
Onorevole Presidente Enrico Letta,
a prescindere dal merito delle dimissioni della Ministra delle pari opportunità, riteniamo preoccupante quanto da Lei dichiarato in merito a una redistribuzione delle deleghe di cui la Ministra era titolare.

Riteniamo infatti essenziale che vi sia nel Governo un punto di riferimento per le politiche nei confronti delle donne in un momento in cui la crisi economica le colpisce doppiamente in quanto lavoratrici e in quanto erogatrici di lavoro di cura: problemi quali  la disoccupazione femminile, in particolare delle giovani,  il precariato che penalizza le donne più ancora degli uomini, la violenza perpetrata contro le donne, la necessità di difendere l'immagine femminile contro le distorsioni operate sui media, la carenza di servizi sociali dovuta alle ridotte risorse degli enti locali, la esigenza di promuovere la parità della presenza delle donne nelle istituzioni e nei luoghi decisionali non possono essere trascurati.

Consideriamo pertanto necessaria la nomina di una donna, Ministra o Sottosegretaria per Le Pari Opportunità, che abbia un curriculum di attività in favore dei diritti delle donne e che sia in grado tra l'altro, di avere un rapporto di interlocuzione con l'insieme dell'associazionismo femminile. 
Fiduciose che Ella comprenderà la rilevanza del problema, restiamo in attesa di un Suo cortese cenno di riscontro.
Accordo  di Azione Comune per la Democrazia Paritaria, 25 giugno 2013

La buona informazione contro il sessismo


La buona informazione contro il sessismo: le giornaliste di Giulia ci mettono la faccia: senza finanziamenti, solo con lavoro fatto online, a furia di brainstorming effettuati da casa alle ore più strane, da donne che cercano di fare un mestiere spesso poco (o nulla) pagato e non sempre gratificante, ma che è centrale nella formazione dell’opinione pubblica e quindi anche degli stereotipi di genere. 
E' così che è nato lo spot Io me ne curo, e tu?  
 
In meno di un minuto alcune professioniste che fanno parte della rete Giulia, in rappresentanza delle centinaia che hanno creato la rete delle giornaliste autonome, dicono quello che in una informazione corretta, giusta e civile di un paese civile dovrebbe essere ovvio, ma non lo è: che si fa violenza un’altra volta se si imposta un articolo o un pezzo tv usando espressioni come ‘delitto passionale’ , o si sottolinea che la donna era vestita in modo provocante, o se si insinua che in fondo se l’è cercata.
Le parole, scandiscono le giornaliste di Giulia, non sono neutre.
L’informazione consapevole comincia da chi la fa. Io me ne curo e tu? Chiedono alle altre e agli altri che stanno nelle redazioni.
Per la prima volta nella storia del giornalismo italiano delle persone addette ai lavori non si rivolgono alla società in modo generico, ma in specifico alle colleghe e colleghi, e lo fanno pubblicamente, in una chiamata collettiva per agire con più attenzione verso gli stereotipi sessisti.
Un atto interessante, e importante, che sottolinea la necessità di assumersi la responsabilità di ciò che si scrive, perché fare un lavoro che attiene all’informazione non è fare un lavoro di poco conto e peso, per le ricadute che quello che si scrive, e dice, hanno sull’intera comunità.
Quando avevo 25 anni e feci il mio primo e unico viaggio negli Stati Uniti mi colpì un grande manifesto che campeggiava a New York in cima ad un palazzo: era il volto maturo e simpatico di una nota anchorwoman di una rete tv, accanto alla quale c’era una scritta: If it concern you it concern us.
Quello che ti riguarda ci riguarda.
E’ proprio così: il mestiere di raccontare i fatti e la realtà è un compito carico di responsabilità, perché in-forma quello che l’opinione pubblica apprende anche attraverso ciò che legge e ascolta.
Le parole, si diceva negli anni ’70, sono pietre: quelle disattente, o peggio malevoli e intenzionalmente adoperate per raccontare la violenza sulle donne sono un doppio carico contro le vittime, e contro le donne. Tutte. E se a dirlo sono proprio le lavoratrici dell’informazione c’è di che interrogarsi, per cambiare velocemente rotta.
Monica Lanfranco
  

domenica 23 giugno 2013

Sardegna: il Consiglio Regionale boccia la doppia preferenza di genere

Constatiamo sconcertate in che modo miope e vigliacco il nostro Consiglio regionale stia perdendo la storica occasione di riscrivere la legge elettorale per la Sardegna tenendo conto del principio della parità fra uomini e donne [ripetendo il vergognoso bis, aggiungiamo noi, di quanto già avvenuto in regione Puglia e in Abruzzo, ndr].
La bocciatura della doppia preferenza di genere appena avvenuta, per giunta a scrutinio segreto, è e rimarrà una delle pagine buie di questa esperienza politica. 

Eppure c’è il recente esempio fornito dalla legge 215/2012, che ha modificato il sistema elettorale dei comuni, con l’introduzione di questa misura. La stessa legge prevede la predisposizione di norme che permettano di incentivare l’accesso del genere sottorappresentato nelle assemblee elettive delle regioni. Il principio già esiste a livello costituzionale (art. 117, settimo comma, Cost). Premesso che nessun sistema elettorale di per sé garantisce pari opportunità fra uomini e donne, la strada indicata dalla giurisprudenza costituzionale in questi anni – che il meccanismo della doppia preferenza di genere rispetta – è chiara e, sintetizzando, indica che le norme volte al raggiungimento dell’obiettivo non devono prefigurare il risultato elettorale, alterando la composizione dell’assemblea elettiva (rispetto a quello che sarebbe il risultato di una scelta compiuta da chi vota in assenza della regola contenuta nelle norme medesime), né attribuire ai candidati dell’uno o dell’altro genere maggiori opportunità di successo elettorale rispetto agli altri; inoltre devono rimanere inalterati i diritti fondamentali di elettorato attivo e passivo di chi vota (facoltà, non obbligatorietà dell’espressione della doppia, o singola, preferenza).
Se dunque ancora esiste uno spazio per la discussione in Consiglio regionale, e la proposizione di emendamenti, è bene che nella loro formulazione si tenga conto di questi aspetti. Si deve trovare una soluzione che renda possibile il riequilibrio, ma non lo imponga; che abbia carattere promozionale, non coattivo. E questo per non incidere in alcun modo sulla libertà di voto degli elettori e delle elettrici e sulla parità di chances delle liste e dei candidati e delle candidate nella competizione elettorale. Si potrebbe prendere come modello la “Proposta di legge di iniziativa popolare per la Democrazia Paritaria” lanciata dall’Udi (Unione Donne in Italia) nel 2007, con la previsione di: composizione paritaria delle liste, con 50% di uomini e 50% di donne, con uno scarto massimo di una unità; alternanza uomo-donna; numero pari di capolista uomini e donne, con uno scarto massimo di una unità; esclusione delle liste che non rispettino le suddette previsioni dalla competizione elettorale.
La Corte costituzionale ha avuto modo di sottolineare, sin dal 1995, la necessità di conseguire una “parità effettiva” fra uomini e donne nell’accesso alla rappresentanza elettiva e tale esigenza è espressamente riconosciuta anche nel contesto normativo comunitario ed internazionale (pensiamo ai Trattati istitutivi dell’Unione Europea e alla strategia per l’uguaglianza 2010-2015).
La frustrazione in questo momento è grande ma il tema della democrazia paritaria non è più eludibile e una legge elettorale che non ne tenesse conto andrebbe inevitabilmente incontro a rilievi, nonché a una marcata e fiera opposizione della società civile, con le donne in prima fila.
Maria Francesca Fantato (noiDonne 2005)  Sassari, 23 giugno 2013       

venerdì 21 giugno 2013

Borghezio & Co: l'autogogna dura senza paura

C'è gente che, fin dal primo momento in cui inizia (sfortunatamente) a farsi notare, si produce in ininterrotte autodenunce da fare accapponare la pelle. Roba da harakiri per la vergogna, senza scherzi. Gente che spazia ininterrottamente fra gaffe di maleducazione imperdonabile, eccessi di violenza, figuracce per truffe e ladrocini, e ogni altro genere di azioni di gravità inaudita. Senza mai vergognarsene. Anzi, facendone addirittura una bandiera. E' un'intera classe politica, che si comporta così, e che ha i suoi indiscussi campioni nelle aree leghiste e berlusconiane (le quali, come è noto, includono anche le tolleratissime formazioni neonaziste). 
Prendiamone uno a caso. Uno come Borghezio.
Borghezio: uno che, di tutto ciò, ha raggiunto notoriamente gli apici. Uno che è andato a fare lezioni di nazismo moderno ai nazisti stessi. Ma che può darne tranquillamente anche a mafiosi e bancarottieri. Uno che ne ha fatte talmente tante che ci vorrebbe un eone per raccontarle tutte - qui un resoconto parziale, ancora molto limitato, fra tanti. Uno che (come tutti loro), si scrolla di dosso accuse gravissime e documentate con l'eterno ritornello della "persecuzione politica" [esempio, riferito a sequele di ammanchi, bancarotta fraudolenta e perfino a un omicidio: «E' curioso che questa faccenda ritorni a galla alla vigilia dello scioglimento delle Camere. Siamo di  fronte a una chiara manovra anti-Lega, orchestrata per far riemergere quella vecchia storia».] Uno che altrove chiedono a gran voce di buttare fuori a calci dal Parlamento Europeo... almeno quello; meglio che niente, visto che dalle nostre istituzioni nessuno è mai delinquente abbastanza per essere estromesso; tanto che ormai da questa gente sono occupate.

Ecco: uno così, senza alcuna pietà per sè stesso, oggi si automette per la milionesima volta alla gogna, invocando la morte civile e anche (essendo ormai illegali i roghi) la "gogna" per qualcun altro. 
E per chi? Per un altro che, come lui, si è macchiato di ignominie e delitti? Nossignore.
Il sig. Borghezio invoca tutto ciò per un altro, anzi, un'altra, che da anni e anni lavora seriamente guadagnandosi con i fatti la reputazione di persona dotata di ogni sorta di qualità umane e professionali. Una persona seria, lavoratrice, attenta, capace di spirito di servizio. Almeno fino a quando non fa uno scivolone, che non spetta a noi giustificare. Noi sottolineiamo solo (in contrasto alla reputazione di simili accusatori) l'aspetto episodico di tale evento rispetto al resto della sua storia.
Perché ahimé, a un tratto questa persona viene colta in castagna (che sia per responsabilità sua o di commercialisti faciloni non cambia) nel tipico peccato italiano di "facilitarsi" sul piano fiscale - nel caso con un escamotage che ha ridotto per ben 4 anni i suoi pagamenti riguardo a quanto effettivamente dovuto per Ici, e poi Imu. Un delitto che sul piano delle sanzioni comporta una multa amministrativa. Dunque una irregolarità certo non penale, ma grave concettualmente (e soprattutto se sei figura di governo). 
E infatti la figura in questione, senza sognarsi di gridare al complotto, ammette la gravità del fatto, si assume le sue responsabilità e si scusa. E vedremo che deciderà di fare. Almeno non cerca di scagionarsi in modo ridicolo (come fanno i Borghezio).
Ma tanto basta per meritare la furia moralizzatrice di gente in profondo odore di nazismo, mafia e truffe,  come Borghezio, che così si esprime, dall'alto del suo curriculum: «La galera non si augura mai a nessuno, ma un po' di gogna certamente, a questa ministra Idem. Forse le vere puttane non sono quelle che esercitano la professione, sono quelle piene di ipocrisia, politicamente parlando, che dicono una cosa e ne fanno un'altra. Forse le vere puttane sono certi personaggi, donne ma anche uomini, che prostituiscono la funzione di servizio che chi ha uno stipendio pubblico dovrebbe sentire di avere nei confronti dell'azienda che li paga, dell'istituzione che gli dà anche degli onori e dei piccoli privilegi o dei grandi privilegi».
Non è vero, ovviamente, che le documentatissime accuse che travolgono a camionate questi campioni del malaffare, che hanno invaso e saccheggiato le istituzioni, siano "persecuzioni politiche". E' invece certo che ministre e ministri come la Idem, che nella loro storia si sono dedicate/i a risolvere problemi lavorando sodo, anziché associarsi alla gestione mafiosa della cosa pubblica, a tutto questo sistema danno fastidio.
Non spetta a noi (ribadiamo) decidere se Idem ha torto o ha ragione, e aspettiamo di sapere di più sulla storia in sè.
Ma si lascino dire una cosa, queste persone ignobili: tutta la sporcizia che spandete in giro vi ritorna addosso. Il fatto che voi non ve ne rendiate conto non cambia il fatto che il suo peso vi sta sommergendo ed è inevitabile che ne resterete soffocati, facendo una fine drammatica quanto comica. Nel vostro interesse un consiglio: voi - almeno voi - iniziate a stare zitti.   
E TENETE GIU' LE MANI DALLA MINISTRA IDEM.

mercoledì 19 giugno 2013

Dal dire al fare: nasce la piattaforma partecipativa Tu Parlamento

Oggi a Roma la conferenza stampa di presentazione della piattaforma partecipativa "Tu Parlamento". L'appuntamento per la stampa alle h. 15 presso la Sala Nassirya del Senato della Repubblica.
Da quel che si vede per ora, ecco un’iniziativa che ci piace, che sembra un'assoluta novità nel panorama politico italiano - e che pensiamo di poter definire, a pieno titolo, un’azione in sintonia con il nostro concetto di politica femminile. Perché (per una volta!), intende realizzare strumenti di cui tutti parlano, ma che nessuno mette in atto: strumenti per la trasparenza e vero sforzo partecipativo. 
E non sarà un caso se la promotrice è una donna: di partito, si; ma che si è sempre caratterizzata come indipendente dagli apparati. E che fra le parlamentari e i parlamentari promotori (in quanto primissimi aderenti), per una volta la democrazia paritaria sia rispettata! Nel complesso i parlamentari che presentano il progetto sono 19: di cui ben 11 donne contro 8 uomini. E già questo è un segno.
E cosa sarebbe, questa piattaforma?
Forse qualcuno ricorderà, tre mesi fa, lo scambio di battute fa Jacopo Fo e la senatrice del Pd Laura Puppato riguardo all’intenzione di creare una piattaforma partecipativa che coinvolgesse attivamente parlamentari e cittadini. Era ancora il momento in cui sembrava possibile un accordo fra Pd e Movimento 5 Stelle, che ci salvasse dalla sciagura delle larghe intese - trattativa in cui Puppato si era spesa moltissimo, cosa che era stata notata da Jacopo Fo, a sua volta impegnato, nei suoi ambiti di movimento, per lo stesso obiettivo. E' dal loro incontro che ha preso forma l'idea di un progetto ambizioso, che ai più era sembrata una boutade. Ma ecco che Puppato, dal dire è passata al fare: la piattaforma è pronta. Domani, 19 giugno, avrà luogo la conferenza stampa di presentazione. Scrive lei stessa sul suo profilo fb
Ci siamo: la piattaforma "Tu-Parlamento" che vi avevo promesso parte. Domani 19 giugno, h. 15, sala Nassirya del Senato, la conferenza stampa di presentazione. La nuova piattaforma on line permetterà finalmente ai cittadini di avanzare direttamente, sulla base di un Patto Partecipativo, proposte al Parlamento per elaborare una politica efficiente e vicina alla popolazione, e per affrontare nello stesso modo le emergenze politiche, economiche e sociali del Paese. Un meccanismo di democrazia partecipata, e innovativo per l'Italia, che consente a tutti, di seguire, in un ambiente basato sul software LiquidFeedback, un percorso di costruzione collaborativa, con fasi di discussione e di sostegno, e infine di voto di proposte. I parlamentari possono poi assumere, e portare all’interno della loro attività parlamentare e legislativa, le proposte approvate, facendosi garanti di seguirne l'iter in parlamento. Aspettiamo tutti voi a dare il vostro contributo. E' la piattaforma partecipativa di tutti: è la vostra piattaforma.

Puppato aggiunge anche, nei commenti: 
questa piattaforma è aperta a tutti: aspettiamo tutti i parlamentari disposti a mettersi in gioco. Certo, è un impegno in più! e non da poco. Ma anche ricostruire un paese non è uno scherzo, bisogna darsi da fare, e trovare modi nuovi per farlo. Iniziamo a proporre. Più la politica è deludente, e più i cittadini devono mettere alle strette chi dispone. Servono strumenti nuovi per non restare insabbiati in una politica ormai in panne, e per farlo anche noi parlamentari abbiamo bisogno dei cittadini. Ci saranno perplessità, le cose nuove vanno sperimentate; ma vi chiedo, se volete, di partecipare all'esperimento. Vi sarò grata se vorrete aiutare a far conoscere il più possibile la piattaforma e se vorrete invitare altri a partecipare.. e mi raccomando: invitate anche i parlamentari che conoscete.

Brava. Da parte nostra, facciamo gli auspici di maggior successo a lei e tutt* coloro che hanno reso possibile questa sfida. Siamo particolarmente felici di vedere, tra le promotrici e i promotori, anche il nome di Josefa (Sefi) Idem: una ministra che si sta conquistando seriamente la fiducia delle donne; a partire dal metodo. Quel metodo che è sostanza.
E speriamo di vedere molte altre seguire il suo esempio: amiche parlamentari, partecipate! Questo si presenta come uno strumento che può, davvero, favorire una nuova politica: uno strumento di tutte e di tutti; ci auguriamo che le donne parteciperanno da protagoniste.

Alla Conferenza Stampa, insieme alla senatrice Puppato, presenteranno il progetto Fiorella De Cindio e Mario Sartori della Fondazione RCM
I primi e le prime parlamentari aderenti sono: Donatella Albano (Pd), Ilaria Borletti Buitoni (Sc), Ilaria Capua (Sc), Felice Casson (Pd), Pippo Civati (Pd), Paolo Corsini (Pd), Loredana De Petris (Sel), Sandro Gozi (Pd), Josefa Idem (Pd), Simona Malpezzi (Pd), Corradino Mineo (Pd), Stefania Pezzopane (Pd), Lucrezia Ricchiuti (Pd), Ivan Scalfarotto (Pd), Annalisa Silvestro (Pd), Alessio Tacconi (M5S), Walter Tocci (Pd).  

lunedì 17 giugno 2013

Chi sostiene il popolo turco contro il tentativo di imporre l'ennesima dittatura teocratica?

La Turchia chiama, e (quasi) solo il web (per ora) risponde (di seguito guardate, infatti, chi ha risposto fino adesso). I social network (definiti da Erdogan "la peggiore minaccia per la società") si mobilitano in sostegno dei Turchi in una prova di forza il cui evidente scopo governativo è uno solo: imporre in quel paese, come già in molti altri altrove, un modello di società teocratica gravemente lesivo dei diritti dei cittadini, e in particolare delle donne. Sostenere questa lotta non è solo buono e giusto. 
Noi sappiamo che sostenere questa lotta è vitale per noi stessi, per tutte e tutti noi:
1. e in difesa di un modello di democrazia che, con tutte le sue tragiche colpe e lacune, è qualcosa di infinitamente migliore delle orribili carceri a cielo aperto realizzate - ad oggi - da tutte le dittature teocratiche;
2. e in difesa dei diritti delle donne ovunque.
A maggior ragione tutte/i ci chiediamo dove diavolo sia la nostra ministra degli esteri.
Non è affatto retorica dire che le donne, in tutto ciò, giocoforza giocano (scusate il gioco di parole) un ruolo davvero di primo piano. Senza di loro niente si potrà fare per i diritti di tutti; e se si perde la battaglia per la democrazia, loro più di tutti perdono tutto. Chi di noi ha l'età per ricordarlo, dovrebbe ripassare quanto successo in Iran nel 1979, e chi non ha quell'età dovrebbe saperlo:




A pochi giorni dall'insediamento di Khomeini, dopo la rivoluzione contro la precedente dittatura, in cui si erano impegnate moltissimo, le donne hanno capito di star per cadere in una dittatura ben peggiore. A fiumane si sono riversate nelle piazze, ma nessuno le ha aiutate; dopo averle spremute come rivoluzionarie, si vede che i compagni maschi non le vedevano poi così male, un po' più modeste e tradizionali. E poi erano fiduciosi che ora, senza lo Scià, le cose sarebbero andate meglio. E così abbiamo visto, a suon di impiccagioni e frustate, in che stato sono state ridotte in primis le donne iraniane, ma anche l'Iran intero, nel giro di breve tempo.
Allora non c'era la rete, che potesse creare un cordone di solidarietà internazionale. Ma oggi c'è. Erdogan ha ragione, a dire che i social network sono una sciagura: ma non per la "società"; per quel tipo di società e per quelli come lui. E le iraniane, anche le giovanissime, oggi impegnate nella difficilissima resistenza contro la teocrazia, lanciano un avvertimento a tutte (e a tutti). Come dice qui Maryam Hosseinkah: non lasciamo sole le donne che battagliano, come furono lasciate sole le nostri madri nel 1979: "facciamo rete"




Sapete.. è precisamente, e anche, in risposta a questo appello di Maryam che è nata questa reteAllora diamoci da fare, ancora e di più. 

Le organizzazioni per i diritti umani hanno promosso petizioni internazionali, da Avaaz  ad Amnesty. C'è l'appello degli accademici internazionali (qui la traduzione). E ci sono i difficili sforzi del web. Ma le istituzioni dove sono? Emma Bonino, dove sei? Non crediamo basti un generico auspicio rilasciato distrattamente. Dov'è l'Unione Europea? Come ha scritto Gianmarco De Piero giorni fa:
una grande tristezza: dov'è la voce dell'Unione europea? La commissione? I rappresentanti della Democrazia europa questa notte dormivano? Non avevano accesso a web? Non hanno visto gli assalti della polizia contro uomini e donne feriti che cercavano riparo in Ostello? Non hanno nulla da dire su quello che accade sull'uscio di casa? Sono solo valvassori di un impero che cade a pezzi.
E in Italia, la politica, dov'è? Perché non risponde nemmeno ai disperati appelli come quello dell'associazione sanitaria turcaC'è chi sollecita risposte, anche fra i politici. Ma non sono molti: per ora abbiamo assistito solo a queste sollecitazioni: 
• la senatrice Laura Puppato, che giorni fa ha invitato pubblicamente il governo italiano ad agire contro le violazioni dei diritti umani e delle donne in Turchia, e che sta preparando in merito anche una mozione in Senato. 
• Di ieri l'appello delle Donne Democratiche Venete.
• Anche dall'ultradestra c'è una donna che si è espressa: l'eurodeputata Cristiana Muscardini.
• E lo hanno fatto i VerdiE poi?
Certo: ci sono blogger, pagine fb, attivisti/e; e siamo daccapo: è la politica, che non fa il suo dovere.
Donne politiche, deputate, amministratrici: le donne turche vi chiamano a sostegno di tutto il popolo turco. Fate sentire la vostra voce, obbligate il Governo italiano e l'Unione Europea a prendere posizioni serie.


















domenica 16 giugno 2013

Turchia: l'associazione sanitaria chiede aiuto alla comunità internazionale. Emma Bonino: rispondi

Dal 31 Maggio 2013 manifestazioni legittime e pacifiche vengono represse dalla polizia con attacchi selvaggi di gas chimici contro le masse di civili inermi.
Prima che fosse imposto il blocco totale all’assistenza sanitaria per i feriti, e fosse precluso il funzionamento dei servizi sanitari durante le cariche della polizia (di nuovo la notte del 15 giugno), La Turkish Medical Association aveva postato sul web un questionario volto a rilevare gli effetti pericolosi per la salute di quei gas sulle persone indifese, e nel giro di settimana oltre 11 mila persone hanno dichiarato di esserne state vittime.
Il 65% delle persone che hanno risposto avevano tra i 20-29 anni e, tra questi, quelli che si erano protetti con maschere professioni erano solo il 13%. La durata totale dell’esposizione è stata valutata per le 11.164 persone che hanno risposto. Il 53% ha dichiarato di essere stato esposto ai gas chimici 1-8 ore, l’11% per più di 20 ore. L’esposizione ai gas chimici per più di un giorno aumenta la prevalenza dei sintomi sistemici, specialmente quelli cardiovascolari. il che ci mostra le dimensioni del problema. Prima del 15 giugno il disastroso numero totale delle persone ferite era 788. I dati dimostrano che le bombe a gas erano sparate ad altezza d'uomo. Molti hanno ferite alla testa, al viso, agli occhi, al torace e all’addome, ferite che potrebbero essere fatali. Il 20% delle lesioni erano ferite aperte e fratture. Solo il 5% dei feriti sono stati ricoveratie in ospedale. Il fatto che la polizia schedi i ricoverati in ospedale impedisce loro di ricorrere all'assistenza medica. Il Ministero della Salute ha aperto un’inchiesta sull' Istanbul Medical Chamber, l’associazione [affiliata alla Turkish Medical Association, ndr] che organizza il lavoro dei medici volontari. A Istanbul medici e studenti di medicina vengono ammanettati e arrestati. Molte informazioni parlano di arresti e detenzione del personale sanitario. Dati che mostrano che in Turchia c'è in atto una caccia alle streghe.
La Turkish Medical Association fa appello al governo perché agisca con senso di responsabilità e fermi immediatamente questa violenza barbarica. Come associazione medica nazionale è nostra responsabilità informare la comunità internazionale.
Chiediamo alla comunità internazionale di agire con urgenza contro la brutale repressione delle rivendicazioni democratiche.
Turkish Medical Association, 16 giugno 2013

Ministra Bonino, tutto questo NON ci basta. Non si può più tergiversare. #BoninoFAQUALCOSA #OccupyGezi #DirenGezi #DirenTurkiye #Taksim #TOMA


Indetto per domani, 17 giugno, lo sciopero generale in Turchia

venerdì 14 giugno 2013

#noSlot. Allarme gioco d'azzardo. Governi vari: a che gioco giochiamo?

Presente! rispondiamo al blogging day #noSlot, indetto in rete, per denunciare (ennesimo regalo lasciatoci dal ventennio berlusconiano) la gravissima piaga del gioco d’azzardo. Esageriamo? NO. Basta guardare i numeri. Che mostrano anche un trend di crescita senza pari. Pochi giorni fa anche Palazzo Chigi ha "lanciato un allarme"Il che è curioso -  alla luce di quello che vi dirò più sotto. 
Ma prima, alcuni numeri:

Giro di denaro e di persone soggette a dipendenza
tossicodipendenti da gioco d'azzardo: 800mila persone 
giocatori a rischio di dipendenza: 2 milioni  
italiani che hanno giocato almeno una volta: circa 36 milioni 
Fatturato 2011: illegale: oltre 10 miliardi €. Legale: 79.9 miliardi €: cioè una cifra pari alla somma del debito finanziario dei Comuni a fine 2010.
Fatturato 2012: illegale: 15 miliardi. Legale: circa 88 miliardi. In totale 103 miliardi, con un dato di crescita impressionante e costante, che evidenzia anche il potente guadagno di terreno della quota gestita dalle mafie. 

Posizione dell'Italia nel mondo
1° posto in Europa
1° posto per invadenza delle videolottery (57%)
3° posto tra i paesi che giocano di più al mondo, dopo Stati Uniti e Giappone 
1 tagliando su 5 Gratta e vinci al mondo è italiano 

Numero di slot machine sul territorio
400mila slot machine in Italia
1 macchinetta "mangiasoldi" ogni 150 abitanti 
Nell’ ottobre 2012 i nulla osta rilasciati erano già 415.000 e 379.000 gli apparecchi ufficialmente a regime.

Spesa annua pro capite
regioni: 1° posto Lazio
capoluoghi di provincia: Pavia (nel 2011 con 2123 € di spesa pro capite)
spesa media nazionale: circa 1.450 € (se inclusi neonati; 1.890 fra i soli maggiorenni)

Spesa pura per regioni:
1° posto Lombardia (2 miliardi e 586mila di euro €)
2° posto Campania (1 miliardo e 795mila €)
3° posto Lazio (1 miliardo e 612 mila €)
4° posto Emilia Romagna (1 miliardo e 106mila €)
5° posto Piemonte (964mila €)

E’ ufficiale: il gioco d’azzardo è ormai terza impresa italiana. 
Ma non solo: corre in rapida tendenza per diventare la seconda. Restando nell’ambito legale (non consideriamo qui altri settori sempre trainanti di pertinenza esclusiva della mafia: human trafficking, pedofilia, droghe, armi illegali eccetera) il gioco d’azzardo è un settore sempre in attivo. Non solo non risente della crisi, ma se ne avvantaggia: più le persone sono senza lavoro e disperate, e più “tentano la fortuna”; finendo così per rovinarsi del tutto. 

A quanti il gioco ha cambiato in meglio la propria vita? 
Anche senza statistiche precise, si sa che il gioco non aiuta quasi nessuno. Invece ha già rovinato la vita a tantissimi. A centinaia di migliaia gli italiani stanno cadendo nella dipendenza e molti finiscono per perdere tutto. Ma, ovviamente, i disperati rovinati dal gioco (slot machine, videopoker, gratta e vinci, sale Bingo, giochi online ecc) crescono in modo direttamente proporzionale a quanto crescono le fortune del settore.

Agenzie e dipendenti
Ci sono ormai oltre 6.180 punti e agenzie autorizzate sul territorio. A questi si aggiungono quelli gestiti da ben 49 clan mafiosi attualmente coinvolti e che, gestendo «i giochi delle mafie» (e considerati il 14esimo concessionario «occulto» dei Monopoli di Stato), fanno saltare il banco. Il settore mobilita il 4% del Pil nazionale e coinvolge 120.000 addetti e 5.000 aziende, grandi e piccole.

Cosa ci guadagna lo Stato?
Dell’incasso legale 2011, pari a quasi 80 miliardi, solo 8,8 miliardi sono andati allo Stato, e – paradossalmente - i proventi statali non sono destinati a migliorare. L'incremento percentuale annuo è rilevantissimo - eppure per il 2012 le previsioni di incasso per lo Stato sono di 1 miliardo in meno rispetto all'anno precedente, tornando ai livelli di redditività di 4 anni prima. Del resto le tasse sui proventi sono del tutto inadeguate (e non sono state adattate alla rapida crescita degli incassi). Le vincite pagate ammontano a 62 miliardi con un payout (ovvero la restituzione in vincite) pari al 75%. E mentre centinaia di migliaia gli italiani si riducono alle stalle e cadono nella dipendenza, e la  fortuna del settore va alle stelle, c’è però un’eccezione: la vecchia e tutto sommato innocua Lotteria Italia è in netto e inesorabile calo (-15% già alla fine del 2011). Dunque, anche se la sinistra raccolta del denaro rastrellato dai gabbati aumenta, i proventi per lo Stato sono fermi. Questo l'incredibile capolavoro realizzato della macchina da guerra dell'azzardo. Guerra contro di noi, come sempre. 

Ma lasciateci dire: tutto ciò non è frutto di incompetenza. 
Al contrario: di un raffinato disegno che non ha trascurato alcun settore per sottrarre alla collettività benessere e diritti, pro domo della lobby che l’ha concepito, fondata su interessi privati, fiera della corruttela e mafie.

Torniamo dunque al Governo Letta.
Il grande sponsor del gioco d'azzardo, va da sè, è stato Berlusconi (noto giocherellone). In particolare con il suo ultimo governo, che diede l'abbrivio anche a molte nuove proposte: dalle videolottery al win for life, dal bingo on line ai nuovi gratta e vinci, dalla proposta di sale per il poker dal vivo ad altre ancora. Ma è sotto al governo Monti che abbiamo assistito al finale pirotecnico della caduta i ogni remora: dal 3 dicembre 2012 sono divenute disponibili a tutti (dunque non solo nei bar e nelle sale gioco), slot machine virtuali in forma di app per cellulari e tablet. Ma... forse.. il governo nato dallo tsunami? Forse oggi potremmo tentare un bel colpo di reni e cercare di invertire questa penosa tendenza. Ma ahimé, a chi affida la delega per il gioco d'azzardo il nuovo governo 2013? quello a cui tutti si chiedeva il cambiamento? A un certo Alberto Giorgetti
Colui che già la ebbe per anni sotto il governo Berlusconi, con grande soddisfazione dell'industria del gioco.
Colui che seguì sempre molto da vicino questo mercato in costante crescita, e che ancora a marzo 2013, (presso l'Enada, fiera internazionale sugli apparecchi da gioco che si tiene Rimini), ha rassicurava le industrie del gioco d'azzardo dichiarando: "è sconcertante che questo settore negli ultimi mesi sia così abbandonato a sé stesso (...) non è immaginabile che un settore sostanzialmente in regime di monopolio debba affrontare una campagna complessiva di denigrazione senza precedenti".
E allora, chiediamo al governo: a che gioco stiamo giocando?
Noi chiediamo a chi guida questo Governo delle (non auspicate) larghe intese di non limitarsi a quelle buone intenzioni che - se non seguite dai fatti - rendono tutto ancora più grottesco. Noi chiediamo di fare luce su tutto questo senza reticenze e di correre subito ai ripari, assumendo gli impegni già più volte sollecitati dalla campagna “mettiamoci in gioco”. Questi:

1. Modificare la legislazione vigente dando a sindaci e giunte comunali un reale potere di controllo sulla diffusione e utilizzo dei numerosi strumenti di gioco sul proprio territorio, non solo per ragioni di ordine pubblico e di sicurezza, ma in virtù della responsabilità sanitaria che compete ai sindaci.

2. Intervenire sulla tassazione sui giochi, eliminando l'enorme e ingiustificata variabilità attuale ed elevando le entrate complessive per lo Stato.

3. Contribuire (nelle Commissioni ministeriali e nella Conferenza Stato-Regioni), a poratre a termine le procedure previste dal decreto Balduzzi perché il gioco d'azzardo patologico sia incluso nei Livelli essenziali di assistenza (Lea).

4. Vincolare (almeno) l'1% del fatturato annuo dei giochi d'azzardo al finanziamento di azioni per prevenzione, assistenza, cura e ricerca relative al gioco d'azzardo patologico, anche ai fini dei Lea sanciti dal decreto Balduzzi.

5. Attuare quanto stabilito nel decreto Balduzzi sulla regolamentazione della pubblicità del gioco d'azzardo, vietando inoltre che la pubblicità indichi le possibilità di vincita senza contrapporle alle possibilità di perdita e che promuova illusorie probabilità di vincite facili; stabilendo criteri stringenti sull'obbligo di comunicare le probabilità di vincita reali, indicando la percentuale di premi pari all'importo giocato e la percentuale di premi superiori a tale importo.

6. Vincolare l'esercizio delle concessioni al rispetto del codice di autoregolamentazione pubblicitaria adottato dalla Federazione Sistema Gioco Italia, stabilendo al contempo una Authority di controllo esterna ad Aams, con reali capacità sanzionatorie verso i trasgressori.

7. Stabilire una moratoria sull'introduzione di nuovi giochi, sia in presenza fisica sia attraverso il web, e al bando di nuove concessioni, fino a quando non saranno noti i risultati delle ricerche promosse da enti terzi, non in conflitto di interesse, al fine di commisurare i rischi e
i benefici delle attuali politiche in materia di gioco d'azzardo.

8. Adottare un registro unico nazionale delle persone che chiedono l'autoesclusione dai siti di gioco d'azzardo, uniformando la disciplina che regola le scelte di autolimitazione e autoesclusione per tutti i concessionari di gioco on line.

NOI CHIEDIAMO RISPOSTE.
E invitiamo consumatori ed esercenti ad aderire alla campagna Senza Slot, per favorire tutti quei locali che alle slot hanno rinunciato. E a firmare la petizione No Slot. E mandiamo un abbraccio solidale a tutte le famiglie italiane che piangono lacrime e sangue, oltre che per la crisi, per l'ingresso di questa nuova sciagura nella loro vita.
Questo post è dedicato all'imprenditore di Gussago che ieri, a causa del gioco, si è tolto la vita. 

mercoledì 12 giugno 2013

Sesso o stupro? Ancora sui processi mediatici

Il quotidiano giuridico Studiocataldi.it ci ha inviato un pezzo che entra nel merito del dibattito sollevato dalla lettera di alcune blogger donne indirizzata al direttore di Italia Uno, Luca Tiraboschi, riguardo al servizio de Le Iene, di cui abbiamo parlato QUI, e QUI. Un pezzo che entra nel merito, appunto, dei risvolti giuridici. Eccolo:

Dopo aver scritto un pezzo sul femminicidio ho ricevuto da una lettrice un tema estremamente interessante, sia perché affronta tematiche femminili sia perché implica alcune riflessioni sulle responsabilità dei media nei giudizi penaliTutto parte da un servizio de Le Iene, all'interno della puntata del 2 giugno, dal titolo significativo "Sesso o stupro?", nel quale sono stati intervistati due uomini di Uras (Oristano) condannati in primo grado per violenza di gruppo, commessa contro una ragazza nell'estate del 2010.
La sentenza è stata emessa recentemente e pare destinata a non avere un epilogo in tempi brevi, soprattutto a causa del polverone mediatico che ha scatenato. Per farla breve, i due, durante una festa di addio al celibato in una discoteca, hanno conosciuto una ragazza, che è finita con l'essere la vittima di una violenza all'interno del parcheggio del locale.

referti medici parlano di tumefazioni al volto ed escoriazioni e gli esami del sangue hanno dimostrato che la ragazza non fosse in uno stato di alterazione da sostanze allucinogene, mentre è certo uno stato di ebbrezza. Eppure i due si sono dichiarati, e continuano a farlo, innocenti. Il parere del giudice è invece assolutamente inequivocabile, i due "hanno approfittato delle sue condizioni di inferiorità, derivate dallo stato di ebbrezza alcolico che ne limitava fortemente la capacità di autodeterminazione e di reazione".

Eppure l'intervista rischia di far apparire i due uomini come vittime e la ragazza come una sorta di ninfomane affamata di droga e soldi (pare infatti che i due le abbiano offerto, in cambio di un rapporto a dir loro consenziente, la rispettabile cifra di...50 euro), anche se a risentire bene le frasi del suo commentatore, la Iena Mauro Casciani, dei dubbi sui due sorgono. Ma siccome non tutti gli spettatori, forse, sono andati a rivedersi l'intervista per più di una volta, ciò che purtroppo resta in maniera preponderante è il solito refrain di retaggio bigotto: donna ubriaca ergo lecito approfittarne. Insomma la vittima, per come appare di primo acchito, sembra realmente che più che stuprata si sia solo voluta dare alla pazza gioia. Per poi pentirsene il giorno dopo e decidere di denunciare una violenza.

Questo mette in luce, quale che sia la verità, un paio di problemi di fondo. Innanzitutto il problema della sottile linea tra liceità e non di alcuni atti, come quello di fare sesso con una persona non perfettamente cosciente. Che sia ubriaca, mentalmente offuscata o ritardata, poco cambia: approfittarsi è da perseguire perché non ci può essere consenzienza da parte di chi subisce l'atto sessuale. In secondo luogo, uno dei grandi handicap del nostro paese, cioè quello dei processi fatti dai media, e a cui è ora di dire basta. Abbiamo appurato che la televisione, o internet, è un mezzo potentissimo per plasmare le idee di chi la subisce. Mandare in onda un servizio del genere, che in embrio poteva essere anche interessante, rischia di annullare anni di lavoro di magistrati e di avvocati, di screditare le vittime, di beatificare i carnefici. 
Sarebbe forse il caso che i processi si facessero nelle aule, ma siccome l'informazione è un diritto di tutti basterebbe semplicemente tentare la via della maggior neutralità, perlomeno nei casi più delicati, come quello delle violenze sessuali appunto.

Barbara Sordi, 12 giugno 2012